Fierce Aura: Stefania Rocca & Bryan Ceotto

Photography Angelo Cricchi
Styling Emi Marchionni
Make Up and Hair Isabella Avenali
Make Up assistant Ester Lo Bianco

Stefania @robertobisesti

DIGITAL COVER STORY

Stefania Rocca and Bryan Ceotto  wear total look Carmelo Morello

Interview Emi Marchionni

“La madre di Eva” è liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Silvia Ferreri, finalista al premio Strega nel 2018. È la storia di una madre e di una figlia che al suo diciottesimo anno d’età decide di sottoporsi all’operazione per il cambio di sesso. Cosa ti ha spinto a portare a teatro, in qualità di interprete, adattatrice e regista, un dramma così particolarmente attuale? Portare in scena “La madre di Eva” mi permette di mettere a confronto due generazioni, per aprire una finestra sull’identità di genere, sui ruoli di genere, sulla complessità delle relazioni familiari. Entrambe nate femmine, Eva e sua madre vivono realtà molto diverse. Eva sente una discordanza tra il suo sesso biologico e la sua identità di genere e, sin da piccola, sente di appartenere al sesso maschile: “Mi chiamo Alessandro”. La madre di Eva, che pensa di condividere con la figlia una visione del mondo femminile, si trova invece a dover affrontare i pregiudizi radicati che per anni hanno legato i generi a determinati comportamenti. Deve rivalutare i ruoli tradizionali all’interno della famiglia e confrontarsi con il senso di colpa di aver dato un esempio sbagliato di femminilità a sua figlia, prima di comprendere che anche lei, in quanto madre, è vittima di pregiudizi e stereotipi sociali. Spesso tendiamo a catalogare e giudicare le persone basandoci su aspettative tradizionali, ignorando la complessità e la diversità dell’esperienza umana. Come madre, mi sono chiesta: ho gli strumenti per affrontare una situazione simile? Ho cercato di entrare nei personaggi senza giudicarli. Oltre al tema, era molto importante per me la scelta stilistica e narrativa. “Non è solo cosa ma come.” Ho pensato quindi di raccontare la diversità attraverso diversi linguaggi artistici che portassero la propria peculiarità sulla scena, facendo vivere insieme il teatro, il cinema, l’arte contemporanea e la musica. Una società ideale in cui tutti possano convivere nel rispetto reciproco. Ho scritto l’adattamento come una partitura musicale in cui diversi strumenti creano insieme qualcosa di magico. In ogni rigo dello spartito figurano i ricordi, i dialoghi, i confronti e i silenzi dei due personaggi. La musica dal vivo, un importante rigo dello spartito, diventa il vero narratore. Il teatro è un mondo perfetto per creare diversi punti di vista e cambiare la prospettiva con cui guardiamo le cose. In scena ho usato degli specchi per riflettere la scena da diverse angolazioni. Inoltre il teatro, da secoli, è lo spazio alla ricerca dell’identità e si confronta con una società fatta di maschere e apparenza. Quale luogo migliore per smascherare ognuno di noi! La decisione di adattare e dirigere questo dramma è stata anche un atto di consapevolezza personale. Come artista, sento la responsabilità di utilizzare la mia voce per dare spazio a storie che possono fare la differenza, che possono ispirare e sensibilizzare il pubblico. Spero che questa rappresentazione possa dare un piccolo contributo a costruire una società più inclusiva e comprensiva, in cui ogni individuo possa sentirsi libero di essere se stesso, senza paura di giudizio o discriminazione.

Emotivamente come sei riuscita a padroneggiare i differenti ruoli? Devo ammettere che ho empatizzato sia con il figlio, che con la madre. Il figlio vive un dramma spesso incompreso e talvolta sottovalutato a volte anche dal genitore che, convinto di sapere cosa sia meglio e di proteggere quella che considera la sua creatura, impone un’idea di educazione centrata su convinzioni personali, senza tenere conto delle reali esigenze, desideri e della personalità del figlio. La madre ci porta nel suo conflitto interiore: il suo viaggio emotivo attraverso la paura, l’incomprensione e, infine, l’accettazione Ho cercato di entrare nei panni di ciascun personaggio, partendo dalle emozioni, dalle motivazioni e dai conflitti interiori. Ho contattato diverse associazioni tra cui Agedo e parlato con genitori e ragazzi che stavano affrontando il percorso. Ognuno di loro mi ha aperto generosamente il proprio cuore permettendomi di costruire una connessione emotiva autentica con i protagonisti. Ho approfondito la tematica della transizione di genere, leggendo testimonianze, articoli e studi che potessero offrirmi una prospettiva più ampia e sfaccettata. Ho contattato psicologi, medici, avvocati … tutti coloro che sono quotidianamente coinvolti da un punto di vista medico e legale. Volevo rappresentare con rispetto e accuratezza tutti coloro che portano avanti e sono coinvolti nel processo di transizione. Quando ho incontrato Bryan Ceotto e Simon Sisti Aimone ho capito subito che sarebbero stati loro gli attori giusti. Nella loro diversità portavano un valore aggiunto e vita vissuta a quello che era scritto sulle pagine del testo. Anche se loro si sono alternati nelle repliche e quindi non sono stati mai sul palco contemporaneamente, abbiamo esplorato tutti e tre insieme le dinamiche tra i personaggi. Un lavoro di collaborazione, fondamentale per sviluppare una comprensione reciproca e una sinergia sul palco. A fine di ogni replica ci siamo scambiati le esperienze e le difficoltà incontrate. Questo mi ha aiutato a comprendere e rappresentare al meglio le emozioni, anche quelle meno evidenti, rendendo la rappresentazione ancora più intensa e reale.

Per alcune persone transgender, la differenza tra il genere che si ritiene siano alla nascita e il genere che sanno di essere, può portare a un disagio emotivo che influisce sulla salute e la vita quotidiana.
Il personaggio che interpreti, pur rimanendo sempre accanto alla figlia, continua a parlarle al femminile.
Da madre riesci a comprendere la sua paura per l’ignoto?
Non so se si può dire che sia veramente accanto a quella figlia. È accanto a quella persona che ha partorito e che cerca di plasmare secondo ciò che ritiene giusto per lei, convinta di conoscerla meglio di chiunque altro. Il fatto di chiamarla continuamente al femminile esprime la sua ottusità nel non voler vedere, la speranza che in fondo sia solo un condizionamento di una società sbagliata che lei possa correggere, riportando tutto alla “normalità”. Questa difficoltà di accettare una realtà estranea agli schemi più comuni, quelli considerati a torto gli unici corretti, non fa altro che creare solitudine e contrasti in entrambi i personaggi.
C’è un senso di perdita, di fallimento personale, e una paura profonda di non sapere come proteggere e guidare il proprio figlio in un mondo che può essere ostile. Inoltre la madre sente fortemente il peso del giudizio e della discriminazione non solo verso la figlia, ma anche verso se stessa, considerata il riflesso degli errori della figlia. Essere veramente accanto a tua figlia o tuo figlio significa a volte lasciarlo andare, fare un passo indietro, imparando a vederlo e accettarlo per ciò che è realmente, piuttosto che per ciò che si vorrebbe che fosse. Solo attraverso la comprensione e l’empatia possiamo sperare di costruire relazioni familiari sane e una società più inclusiva. Facile a dirsi ma so che da genitore non è facile, poiché c’è quella parte emotiva che arriva e scombussola qualsiasi ragionamento! 

I genitori di ragazze/i trans, fino ad una ventina d’anni fa, in maggioranza, non avevano la conoscenza, la comprensione e le risorse per sostenere i propri figli.
Pensi che oggi, la cultura, la conoscenza, il cinema, le visual art, il teatro e letteratura possano prepararli all’accoglienza ed al supporto familiare?
Assolutamente sì. Credo che la cultura e le arti, in tutte le loro forme, abbiano il potere di aprire finestre nella nostra mente e nei nostri cuori, finestre che la vita quotidiana spesso tiene ben chiuse per evitare spifferi emotivi. Il teatro, il cinema, la letteratura e le arti visive ci aiutano a empatizzare, a riconoscere esperienze che altrimenti potrebbero sfuggirci. Ci offrono uno specchio in cui rifletterci e un binocolo per vedere oltre i nostri limiti. Attraverso queste forme d’arte, possiamo vivere le storie di altri, comprendere le loro lotte e celebrare le loro vittorie. Le suggestioni che riceviamo dall’arte non solo ci arricchiscono, ma rimangono con noi, come semi piantati nel terreno fertile della nostra coscienza, pronti a germogliare quando meno ce lo aspettiamo. E magari, col tempo, ci aiutano a capire che l’unico “errore” di un figlio è non avere istruzioni per l’uso. l’arte ci permette anche di affrontare temi complessi con un sorriso, ridimensionando le nostre paure e mostrandoci che non siamo soli, che l’amore e la comprensione non richiedono lauree in psicologia, ma solo un cuore aperto e un po’ di coraggio. In fondo, chi ha detto che essere genitori non è un’arte? E essere figli? Forse dovremmo ricevere tutti un Oscar per la miglior interpretazione come “Genitori nel Caos Quotidiano”. E non dimentichiamo di premiare anche i figli, perché, diciamolo, “essere figlio non è un mestiere facile”. Ogni giorno è una sfida, una prova di resistenza e di adattamento, anche loro meritano un riconoscimento per questo.

Le famiglie di persone transessuali, quando subentra l’accettazione, sperimentano un dolore simile a quello della perdita di un figlio e la privazione delle idee che avevano sul loro futuro.
Che consigli dare ad entrambi?

Parlando con molti genitori, ho capito che questa paura è spesso presente prima dell’accettazione. Un percorso importante che non può essere saltato. È la paura di perdere il proprio figlio, di non avere più un rapporto con lui o lei, o addirittura di dover interrompere quel rapporto. È una paura profondamente umana e comprensibile. Tuttavia, vorrei rispondere con una frase meravigliosa che ho sentito più volte: “Credevo che cambiasse tutto e invece non è cambiato niente.”
Il legame che si è costruito non si distrugge con il cambiamento dell’identità di genere; anzi, può diventare più forte e autentico.
Cosa dico spesso ai miei figli?
Abbiate pazienza con i vostri genitori. Imparate dai loro punti forti ma soprattutto riconoscendo i loro punti deboli, per fare meglio. Anche i genitori sbagliano ma errare è umano e forse con l’ascolto e la comprensione reciproca la strada è più facile.

I tuoi prossimi progetti?
11 settembre sarò al Europafestival a Roma con lo spettacolo di e con Alessandro Baricco, 100 Cellos, Sollima, Melozzi e Valeria Solarino.
Il testo è Atene contro Melo dal libro di Tucidide “La guerra del Peloponneso”. Valeria ed io siamo rispettivamente le ambasciatrici degli Ateniesi e dei Meli che attraverso uno scontro verbale rimettono in discussione il senso di giustizia, il potere, la libertà e l’ indipendenza. Una messa in scena capace di suscitare rabbia, paura, speranza, riflessione su idee che, oggi più che mai, ritornano attuali. Poi, spero possiate fare due risate su Paramount nella serie diretta e interpretata da Carlo Verdone “Vita da Carlo”. 

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